Pagina:La fine di un regno (Napoli e Sicilia) I.djvu/422

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inchiodato in letto, fra tanta clamorosa gioia, ufficiale e pubblica, aggravarono rapidamente e in modo allarmante, le condizioni di sua salute. La notte dal 3 al 4 febbraio, la prima della presunta luna di miele del duca e della duchessa di Calabria, fu angosciosa per lui. La Regina e Ramaglia non si tolsero dalla sua camera. Il male faceva progressi, e le sofferenze dell’infermo diventavano insopportabili. Lontano dalla capitale, in una città di provincia, dove non tutto si poteva ottenere e dove non era possibile serbare il segreto, Ramaglia, col solo aiuto del giovane dottor Capozzi, si trovava a disagio, nè voleva assumersi, più oltre, una grave responsabilità. La mattina del 6 febbraio disse alla Regina che sarebbe necessario chiamar da Lecce il dottor Leone, e coll’assenso del Re, da lei informatone, si telegrafò all’intendente Sozi Carafa, L’ordine di recarsi immediatamente a Bari sorprese il dottor Leone fuori di casa. Non ebbe neppure il tempo di correre a salutare sua madre; montò in carrozza e, la sera stessa, giunse a Bari. L’indomani ci fu lungo consulto tra lui e Ramaglia, ed entrambi non si nascosero la gravità del male, nè la difficoltà della cura, perchè cominciava a verificarsi qualche fenomeno di competenza chirurgica. Furono, due giorni dopo, chiamati a consulto il dottor Niccola Longo di Modugno, il dottor Vincenzo Ghiaia di Rutigliano, residente a Bari, e il dottor Enrico Ferrara di Bitonto, tutti in fama di dotti medici, e al consulto assistettero la Regina ed il duca di Calabria, il quale, prima che il consulto cominciasse, intonò il Veni Creator Spiritus. Ramaglia fece una lunga relazione, ma ai tre nuovi medici dichiarò che loro non era concesso di visitare il Re, per non procurargli penose emozioni. Tutti approvarono la diagnosi, che fu criticata più tardi, come quella che non aveva tenuto abbastanza conto dei fenomeni, che richiedevano la pronta mano del chirurgo. In quei tempi la chirurgia non era arrivata al punto di aprire l’addome, come si fa oggi. Si rimproverò a Ramaglia di non aver prevenuto il pericolo di un processo interno di suppurazione, nè intuito che la febbre era sostenuta dalla infiammazione dei muscoli posti in fondo e nella parte posteriore del bacino, per effetto degli sforzi enormi, che il Re aveva fatto, salendo prima su in Ariano e, poi su per l’erta, non meno faticosa di Camporeale, fra il ghiaccio della strada e il nevischio che cadeva abbondante. Il Longo, il Chiaia e il Ferrara an-