Pagina:La fine di un regno (Napoli e Sicilia) II.djvu/298

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 290 —

li; i militari temevano i borghesi, e questi, i militari, e il governo temeva tutti senza esser temuto da alcuno. Nessuno si sentiva veramente sicuro del domani, e lo stesso don Liborio, cosi popolare e potente, temeva per la sua vita, immaginando che gli elementi della vecchia polizia, pagati dalla Corte, potessero assassinarlo di notte. E questi timori egli comunicò ai suoi amicissimi e conterranei, Mariano e Giuseppe Arlotta, chiedendo loro di passare la notte negli uffici della loro banca, ch’era allora dov’è oggi, nel palazzo Ottajano a Monteoliveto. Per alcune sere don Liborio scendeva in carrozza chiusa dalla sua villa a Posillipo, e andava a casa sua, al palazzo Salza alla Riviera di Ohiaja, dove cambiava gli abiti, e poi ne usciva in altra vettura, che lo lasciava al vicolo Calzettari, alla Corsea, dove riesce una scala secondaria del palazzo Ottajano. Un antico e fido custode della banca Minasi e Arietta gli apriva l’uscio di questa scala di servizio, ed egli passò così alcune notti nei deserti locali della banca, scrivendo, leggendo e concedendo poche ore al sonno. Giacchi, mandata la famiglia a Sepino si era procurato un passaporto inglese e uno chèque di duemila sterline sopra una banca di Londra, e portava sempre con se e l’uno e l’altro, per ispiccare il volo, quando occorresse. Anche Nunziante, nelle poche volte che scendeva dalla Maria Adelaide, era guardato a vista da agenti del Comitato dell’Ordine. Il patriota De Grazia, che fu poi delegato di polizia, uomo coraggioso e aitante della persona, vegliava alla sicurezza di Nunziante.


Non erano tutti timori immaginari. Il ministero non aveva più forza; sentiva mancargli il terreno sotto i piedi, venirgli meno la fiducia del Re, ma repugnava da concludenti misure di rigore, le quali forse non erano neanche più possibili. I ministri, specie don Liborio e De Martino e un po’ anche Spinelli e Torcila; e i direttori, specie De Cesare e Giacchi, erano circondati dagli esuli di maggior conto, amici loro, i quali ne paralizzavano l’azione, assicurandoli che dietro Garibaldi e’ era il Piemonte e c’erano le potenze occidentali, e che per i Borboni non vi era più scampo. Mariano d’Ayala ruppe gl’indugi e andò a proporre al Pianell, suo vecchio amico e camerata, la dedizione dell’esercito alla causa nazionale, com’era avvenuto in Toscana, ma n’ebbe in risposta: “I tuoi ragionamenti sono troppo sublimi, e io non li intendo„ . D’Ayala faceva la sua propaganda, incessante e corag-