Pagina:La lanterna di Diogene.djvu/168

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pesta, facevano scorribande. L’afa era grande come grande era il silenzio; e le scritte mortuarie, stampate e affisse su le pareti di una cappelletta, si staccavano, si accartocciavano e si confondevano lente, così come la memoria degli uomini del pari si accartoccia e, un po’ per volta, si stacca.

Intanto è venuta la portinaia; mette la chiave nella toppa della porta e tira, tira il lungo chiavistello esterno.

— Oh, che diamine, la mia donna, non siete buona ad aprire? e i morti come fanno quand’essi arrivano?

Mi rispose:

— Sappia prima di tutto che d’estate muoiono in pochi in questo paese; e poi adesso i morti entrano dal cancello nuovo, che è più in su. Questo cimitero serve anche per Savignano.

Aprì ed entrammo.

È curioso come la voce ingrandisca nei cimiteri, così grande anzi diventa che si finisce col tacere. Entrai, ed ho camminato su e giù per quel campo desolato, scarso di tavole funerarie e di erbacce. Però quel lezzo di bosso che stagna nell’aria chiusa e calda, quelle due file di cipressi fitti che si urtano a formare una dolorosa croce, sono soffocanti: si respira meglio presso al mare.