Pagina:La lanterna di Diogene.djvu/196

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che non era amico, evidèntemente, della poetica e della retorica, alle mie prime frasi enfatiche, mi guardò con strani occhi investigatori, come farebbe un medico che ascolta improvviso venir fuori il discorso di un povero svanito di mente. Compresi subito da quello sguardo il mio errore: repressi le parole alate che volevano sgorgar fuori; ricondussi quelle che erano uscite a parlare dell’olmo stupendo, gloria di Dio.

— E di chi lo cura, — mi aggiunse, emendando, il prete, — perchè i tordi arrosto non vengono giù dal cielo. Bisogna andarli a cacciare. Del resto questo olmo si direbbe proprio un olmo magico. Perchè lei doveva venir qui, appunto a quest’ora, due sere fa a sentire. Era un passerete! Sul calar del sole le passere vi si raccoglievano a centinaia (a centinaia, dico!) e facevano a chi cantava meglio: erano tutti occhietti e testoline fuor dalle frasche: la gente si fermava a sentire fin su la strada. Allora sa che cosa ho io pensato? Ho pensato di prenderle tutte in una bella volta. Preparo ben bene le mie reti e tutto era pronto per incappellar l’olmo, quando, che è? che non è? Proprio quella sera che le aspettavo, le passere non vengono; l’albero rimane muto; nemmeno una passera è capitata.

— Il diavolo, signor arciprete! — dico io,