Pagina:La lanterna di Diogene.djvu/228

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 220 —

si contano; cadute innocue sul sabbione, che potevano tutt’al più provare la resistenza delle macchine.

La ruota affondava dentro il sabbione, e per quanto si cercasse un poco di battuta dove le graminacee e le erbe rafforzavano la cotica del terreno, pur dopo pochi metri conveniva scendere ancora.

Questo impedimento al cammino per così lunga e deserta via, le cadenti tenebre (il sole oramai piombava lento e roggio su la lama livida della laguna), avrebbero gettato una gran tristezza in un viatore solingo: ma in compagnia come eravamo quella stessa difficoltà fornì materia di allegre risa; il condimento mirabile che Dio concesse all’uomo per compenso del pianto! Ricordo, anzi, come a lungo sostassimo attorno ad una densa macchia, e, circondatala, la bersagliavamo di grosse pietre; e ad ogni pietra era un nuvolo di passeri che fuggiva con rombo cupo di ali. Quante migliaia ne albergavano le nere fronde? E anche le fronde, vigorose e rubeste, cedendo a stento alla forza delle pietre, avevano un frusciar cupo di rimbrotto:

«Perchè, uomini, turbate questa pace? Non vi basta asservirci dapertutto; e per tutto i campi coltivati, e per tutto le siepi tagliate, o parrucchieri della natura?»