Pagina:La lanterna di Diogene.djvu/32

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scarpe da montanaro, non era molto elegante. Lusingato dalla sua penetrazione, mi sentii indotto a considerarlo come uno degli ultimi rappresentanti di quei germanici azzurri, imbevuti ancora di filosofia e di ideologia, i quali vanno lasciando il posto ad altri nuovi germanici, mercanti e guerrieri: anima, dell’antico Arminio, che risorge. E più mi persuasi che egli fosse un gentile teutonico quando mi disse che con la venuta in Italia scioglieva un lungo suo voto.

Il latino ci affratellò. Che latino fosse, non rammento. Merlin Cocaio rideva di gusto; il già mio maestro, G. B. Gandino — dall’Eliso ove ora dimora insieme con Cicerone — crollava il capo protestando; ma latino doveva pur essere giacchè ci intendevamo; anzi, accalorandosi il discorso, le parole vennero fuori dai nicchi chiusi della memoria più fluide che io non avessi mai supposto.

Fra i miei periodi ricordo questo: «Noli in isto ostrogotico Bèdeker quaerere Italiam, domine professor: hic nomina tantum continentur; anima rerum non continetur. Poetae nostri humanissimi erunt tibi handbuck optimi: Dante, Manzoni, Carducci».

Il buon teutonico, ricordo, aprì il volto ad un sorriso pieno, sereno, quasi infantile. Si discese in compagnia a Torino e si propose di cenare insieme.