Pagina:La persuasione e la rettorica (1913).djvu/11

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Ma l’uomo vuole dalle altre cose nel tempo futuro quello che in sè gli manca: il possesso di sè stesso. Ma quanto vuole, e tanto occupato dal futuro, sfugge a sè stesso in ogni presente.

Così si muove a differenza delle cose diverse da lui, diverso egli stesso da sè stesso, continuando nel tempo. Ciò ch’ei vuole è dato in lui, e volendo la vita s’allontana da sè stesso: egli non sa ciò che vuole. Il suo fine non è il suo fine; egli non sa ciò che fa perchè lo faccia. Il suo agire è un esser passivo: poiché egli non ha sè stesso, finché vive in lui irriducibile oscura la fame della vita. La persuasione non vive in chi non vive solo di sè stesso. Ma figlio e padre, e schiavo e signore di ciò che è attorno a lui, di ciò ch’era prima, di ciò che deve venir dopo — cosa fra le cose.

Perciò è solo ognuno e diverso fra gli altri, chè la sua voce non è la sua voce ed egli non la conosce e non può comunicarla agli altri. «I discorsi si stancano» (Ecclesiaste). Ma ognuno gira intorno al suo pernio, che non è suo, ed il pane che non ha non può dare agli altri.

Chi non ha la persuasione non può comunicarla. (μήτι δύναται τυφλός τυφλὸν ὁδηγεῖν, S. Luca).

Persuaso è chi ha in sè la sua vita: l’anima ignuda nelle isole dei beati (ἡ γυμνὴ ψυχὴ ἐν τοῖς τῶν μακάρων νήσοις, Platone, Gorgia).

Ma gli uomini cercano τὴν ψυχήν e perdono τὴν ψυχήν (S. Matteo).