Pagina:La persuasione e la rettorica (1913).djvu/9

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 2 —

Sempre lo tiene un’ugual fame del più basso, e infinita gli resta pur sempre la volontà di scendere. Chè se in un punto gli fosse finita, e in un punto potesse possedere l’infinito scendere dell’infinito futuro, in quel punto esso non sarebbe più quello che è: un peso.

La sua vita è questa mancanza della sua vita. Quando esso non mancasse più di niente, ma fosse finito, perfetto possedesse sè stesso, esso avrebbe finito d’esistere. Il peso è a sè stesso impedimento a posseder la sua vita, e non dipende più da altro che da sè stesso in ciò che non gli è dato di soddisfarsi. Il peso non può mai esser persuaso.



Nè alcuna vita è mai sazia di vivere in alcun presente, chè tanto è vita quanto si continua, e si continua nel futuro quanto manca del vivere. Chè se si possedesse ora qui tutta e di niente mancasse, se niente l’aspettasse nel futuro, non si continuerebbe: cesserebbe d’esser vita.

Tante cose ci attirano nel futuro, ma nel presente invano vogliamo possederle. Io salirò sulla montagna. L’altezza mi chiama. Voglio averla. L’ascendo, la domino. Ma la montagna come la posseggo? Ben son alto sulla pianura e sul mare, e vedo il largo orizzonte che è della montagna; ma tutto ciò non è mio, non è in me quanto vedo, e per più vedere non mai «ho visto»: la vista non la posseggo. Il