Pagina:La secchia rapita.djvu/63

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50 CANTO


LIX.


Il Conte di Miceno era un signore,
     Fratel del Potta, a Modana venuto,
     Dove invaghì sì ognun del suo valore,
     468Che a viva forza poi fu ritenuto.
     Non avea la milizia uom di più core,
     Nè più bravo di lui nè più temuto.
     Corseggiò un tempo il mar, poscia fu duce
     472In Francia: e nominato era Voluce.

LX.


Gli donò la città, per ritenerlo,
     Miceno, Monfestin, Salto e Trignano,
     E Ranocchio e Lavacchio e Montemerlo,
     476Sassomolato, Riva e Disenzano.
     Un san Giorgio parea proprio a vederlo,
     Armato a piè con una picca in mano.
     Con ottocento fanti al campo venne
     480Con armi bianche e un gran cimier di penne.

LXI.


Panfilo Sassi, e Niccolò Adelardi
     Co’ Frignanesi lor seguiro appresso,
     Di concerto spiegando i due stendardi
     484Di Sestola e Fanano a un tempo stesso.
     L’uno ha tre monti in aria, e ’l motto, Tardi;
     L’altro, nel mar dipinto un arcipresso.
     Coll’uno è Sassorosso, Olina e Acquaro;
     488Roccascaglia coll’altro e Castellaro.

LXII.


Eran mille fra tutti: e dopo loro
     Venia una gente indomita e silvestra;
     San Pellegrino, e giù fino a Pianoro
     492Tutto il girar di quella parte alpestra,
     Dove sparge il Dragone arena d’oro
     A sinistra, e ’l Panaro ha il fonte a destra;
     Redonelato e Pelago e la Pieve,
     496E Sant’Andrea che padre è della neve;