Pagina:La zecca di scio.djvu/40

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MONETE DE’ ZACCARIA




BENEDETTO I.


Come già abbiamo veduto, questo ricco e prode genovese per conto proprio nell’anno 1301 s’impadronì dell’isola di Scio, e conservandovi apparenti segni di dipendenza dall’impero greco, vi esercitò i diritti di sovranità, e siccome tra questi non ultimo certamente è quello di avere propria zecca, vi è tutta probabilità che ne abbia usato, quantunque sinora nessuna moneta che gli si possa attribuire si conosca, come nemmeno se ne trova menzione in alcun documento, poichè coll’atto rogato in Genova nel 13111, pel quale il suo figliuolo Paleologo si obbliga verso Enrico Suppa ed Andriolo de Cucurno per la somma di perperi 5,504 ½ auri bonos ad sagium Sij, non volle già significare perperi battuti in Scio ma secondo il peso nell’isola usato, dovendo tale specie di moneta pesare un saggio.

Siccome poi avremo in seguito soventi volte a far menzione di questo saggio, crediamo utile indicarne l’origine. Sin dai tempi dell’imperatore Costantino I si prescrisse un campione secondo il quale si avessero a lavorare i soldi d’oro e chiamossi exagium solidi, cioè saggio del peso del soldo; conservossene l’uso nei tempi di mezzo nell’impero greco, dividendolo in 24 caratti, e di essi 72 a Costantinopoli abbisognavano per una libbra; e tale denominazione di caratti s’introdusse nella decadenza in Italia per distinguere i vari gradi di bontà ai quali si riconosceva l’oro nell’operazione chimica cui a tal effetto si sottopone, come per indicare le somme che da diverse persone si raccolgono, affine di costituire un capitale di una società mercantile od industriale, della quale secondo la somma esposta raccolgono i frutti.

Ritornando a Benedetto, il non aversi alcuna sua moneta ed il non trovarsene cenno in alcun luogo, non proverebbe già che

  1. Pandette Richeriane fogliazzo A, foglio 10.