Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1842, I.djvu/11

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CENNI

DEL TRADUTTORE.



Diogene Laerzio, venuto in qualche fama col tempo e per solo difetto di libri migliori1, fu tante volte lodato e vilipeso da uomini letteratissimi2 che a conciliarne i giudizii e a dar ra-

  1. Massime filosofici, dei quali il più grande adunamento perì colla biblioteca d’Alessandria. Molti per inconsulto fervore, come dice Brucker, ne distrusse il Magno Gregorio, nell’abbruciare que’ dei gentili; molti Al-Mamun, per disperdere, sotto pretesto di raccorle, le fonti dell’araba filosofia. Ultima peste, e la maggiore cui soggiacquero, dopo quella del tempo, fu il bisogno di pergamena che indusse i frati a raschiare i codici e ad iscrivervi le loro opere teologiche o divote.
  2. F. Ambrogio chiama Diogene scrittore poco diligente; scrittore dottissimo Scaligero. Mediocre ingegno lo dice Parcker; il Curio filosofo dei primi. Struvio giudica il suo libro fondamento di tutta la storia filosofica; Stollio lo crede sfuggito al pizzicagnolo, solamente perchè perirono le opere da cui fu tratto. Bayle lo critica amaramente in molte parti del suo dizionario; de Maupertui lo loda come dei più dilettevoli ed utili. — Uno spiritoso francese qualificò Laerzio il Ribadeneira del suo secolo.