Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1845, II.djvu/29

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diogene. 17

— Voleva uno sotto di lui imparare filosofia, ma egli datagli a portare una saperda, se lo fece venir dietro. E siccome per vergogna gettatala era svignato, dopo qualche tempo abbattutosi in lui, dissegli ridendo: La tua e mia amicizia ha disciolto una saperda. — Diocle però così la racconta. Dicendogli un tale: Diogene, comandaci, egli conducendolo seco gli diè a portare un formaggio da mezzo obolo ma rifiutandosi colui: La tua e mia amicizia, dissegli, un formaggio da mezz’obolo disciolse. — Una volta osservando un fanciullo bercolle mani, gittò fuori della bisaccia la sua ciotola dicendo: Un fanciullo mi vinse nel fare con poco. Gettò poi anche la scodella vedendo parimente un fanciullo, dopo ch’ebbe rotto quell’utensile, por la lente nel concavo di un pezzo di pane. — Faceva questo sillogismo: Tutte le cose sono degli iddii; amici agli iddii i sapienti; le cose degli amici comuni; dunque tutte le cose sono dei sapienti. - Osservando un giorno una donna prostrarsi innanzi agli dei nel modo jl più sconcio, e volendo — siccome riferisce Zoilo pergeo — torle d’attorno quella superstizione, le si fe’ presso dicendo: Non hai, o donna, nel fare quest’atto sconcio, un santo ribrezzo, pensando che il numeda che ogni cosa è piena di luiti stesse forse di dietro? — Appese, per voto ad Esculapio, un manigoldo, il quale, saltando addosso a coloro che cadevano colla faccia per terra, li percoteva. — Era solito dire che a lui erano toccate tutte le imprecazioni tragiche; perciocchè:

     Egli senza cittade; senza casa;