Pagina:Laerzio - Vite dei filosofi, 1845, II.djvu/61

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CAPO VII.


Ipparchia.


I. Si lasciò prendere ai ragionamenti di costoro anche la sorella di Metrocle, Ipparchia, maroniti ambedue.

II. Innamorata di Crate, de’ suoi discorsi, della sua vita, nessuno dei pretendenti alle sue nozze potè farla rinvenire da quel traviamento, non ricchezze, non nobiltà, non bellezza; ma ad essa tutto era Crate. Ed anzi minacciava a’ genitori di uccidersi se a lui non l’avessero data. Crate adunque, pregato dai genitori di quella perchè rimovesse la fanciulla dal suo proposito, tutto fece. Da ultimo, non potendola persuadere, alzatosi in piedi e in faccia sua deposta la propria veste, disse: Lo sposo è questo; questa la sua ricchezza; pensaci. Poichè non potrai essere sua compagna senza appartenere del pari alle medesime istituzioni. — Lo prese la fanciulla, e assunto lo stesso abito, andava attorno col marito, e si congiugneva seco in pubblico, e andava alle cene.

III. Il perchè venne ad un banchetto anche da Lisimaco, dove redarguì Teodoro soprannomato l’ateo, proponendogli questo sofisma: Quello che Teodoro facendo, non si direbbe essere male, nè Ipparchia facendolo, si direbbe che fosse male. Neanche Ippar-