Pagina:Lando - Paradossi, (1544).djvu/63

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DE PARADOSSI 28

che se per tal vivanda prevarico il padre Adamo esser degno d'iscusa, et tutte le volte ch'io ne asaggio, non posso invidiare ne l'ambrosia, ne il nettare di Giove, faro io errore se fra i molti ornamenti di quella citta vi ripongo dui virtuosi giovani et di animoo, et di natura fratelli, de quali l'uno si chiama Gabriele, et l'altro Lionello Tagliaferro? non credo certo che alcuno di tal fallo ripigliar con ragione me ne possa, tanto son benigni, accostumati, et hospitali. Che diro di Modena? certamente, non so donde mi debba incominciare le sue divine lodi, percioche se incomincio dalli ingegnosi artefici di rotelle, de forcieri, veluti, drappi meschi, forbici, guanti, et altre cose a' sostentamento del corpo appartenenti, le quali, ivi s ritrovano di tutta perfettione, temo non fare ingiuria al conte Uguccione Rangone, il quale, alla età nostra, è un vero esempio di cortesia et di bontà, et se faccio primieramente mentione de molti valentissimi soldati che da quella uscire sogliono, temo non offendere la bellezza et rara gentilezza delle donne Modenese, la quale e tanta che pare che il debito chiega che di loro sopra tutte l'altre cose si favelli, ma dalle donne facendo principio, non haro io giusta cagione di temere che di cio offesi ne rimanga un'infinito numero de studiosi giovani, studiosi dico, delle lettere Greche, Latine, Toscane, sacre et profane, passaromene adunque con silentio, et a Verona farò diritto et ratto volo, D iiii