Pagina:Le Novelle Indiane Di Visnusarma, UTET, 1896.djvu/5

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notizia sulle novelle di visnusarma v

o si descrive. Del resto, sebbene dicasi a principio che il libro fu composto per l’educazione di giovani principi, non si creda già che vi s’insegni una morale molto alta, molto nobile e molto disinteressata. Vi s’insegna piuttosto la morale del tornaconto, purchè tutto ciò che si fa o dice, si faccia e dica pulitamente, con bell’arte, con bella maniera, con furberia e avvedutezza. Vi si parla, è vero, di dovere, ma sarebbe ridicolo il cercarvi l’idea alta che del dovere aveva Cicerone quando scriveva il libro degli Uffici; vi si parla anche di tante virtù buone e umane, ma sarebbe opera inutile il cercarvi l’idea della virtù, spinta fino al sacrifizio di sè stesso, secondo la dottrina evangelica, anche se alcuna favola o novella può fare eccezione, come quella del colombo nel libro terzo, non dubbia aggiunta posteriore. La morale di Visnusarma si riduce al riuscir bene e presto nel proprio intento, ora con la malizia, ora con la furberia, ora con tutte le arti possibili, anche le non belle. Trattasi insomma di vivere quaggiù il meglio che si possa, di starvi bene, di goder la vita e soddisfarne i desideri; morale pratica e nulla più. Con questo, non si può negare che il libro è scritto con tanto buon senso, con tanta finezza e acutezza di osservazione, con tanta conoscenza della vita e del cuore umano, da non trovarsene forse esempio simile in alcun’altra letteratura. È una viva ed efficace pittura dei costumi di quei tempi e di quei luoghi tanto lontani dai nostri; e però, in questo rispetto, è anche un solenne monumento storico. Autore n’è detto essere il savio Visnusarma (propriamente Visnusarman); ma di lui, sia personaggio vero, sia leggendario, non sappiamo nulla.

Curiosissima poi e importante a conoscersi è la storia, che diremo avventurosa, di questo libro singolare; perchè, venuto a noi nel Medio Evo per via lunga di traduzioni e trasformazioni orientali e occidentali, porse materia copiosa ai nostri scrittori di novelle, i quali sovente ne rifecero alcune senza conoscerne la lontana e prima origine. Ma tutta questa storia di traduzioni e di rifacimenti si può leggere esposta con molta dottrina e con molta erudizione in un’opera di Teodoro Benfey, opera capitale per questi studi1. Quanto a noi, ci appagheremo di ricordar soltanto le principali versioni del libro incominciando dalle orientali, seguendo per tal modo come il lungo viaggio da esso fatto per giungere fino a noi.

La prima traduzione fu quella fatta in pehlevico da Buzurcimihr. Buzurcimihr era un gran savio che viveva in corte del re di Persia, Chosroe il grande, nel sesto secolo dell’Era volgare. Di questo gran prin-

  1. Pantschatantra, Fünf Bücher ind. Fabeln, mit Einleitung, von Th. Benfey. Leipzig, 1859. — Vedi anche Silvestre De Sacy, Calila et Dimma ou Fables de Bidpaï en arabe, précédées d’un mémoire sur l’origine de ce livre, etc. Paris, Impr. Roy., 1816.