Pagina:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu/427

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RIME

Chè del Can della Scala è nato un frutto
105Sì dolce e cordïale,
Ch’ogni veneno e male,
Dove costui s’appressa, star non ponno,
Ed ha già tolto alle virtuti il sonno.


(Da Rime di Franc. di Vannozzo tratte da un cod. ined. del secolo XIV, per N. Tommasèo; Padova, Tipogr. del Seminario, 1825.)



II


     Sia benedetto il vespro e ’l predicare,
Dove la vaga mia tal sonno colse,
Che stetter gli occhi miei, non quanto volse,
4Ma lieti in pace al suo viso mirare.
     Io credo ben che Amore il fece fare,
Come colui che di me si condolse
Membrando il tempo che in fasce mi tolse
8Fuor della culla in figlio a nutricare.
     Deh quanto allor gioioso mio destino
Mostrommi il cielo, a riguardar madonna
11Seder con gli occhi chiusi a capo chino
     Su ’l lato destro, e la vermiglia gonna
Partir col bianco! In mezzo era oro fino,
14La palma letto, e il bel braccio colonna.




III


     Gaio e gentil giardino adorno e fresco
Dove per suo piacer la dea s’asconde,
Inclina verso me tue fresche fronde,
4Se per parlare un poco non t’incresco,
     Io sono il cor del tuo fratel Francesco,
Quel che sì crudelmente Amor confonde.
Da te mi parto e non so veder d’onde:
8Mia morte fuggo, in cui tanto m’adesco.


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Rime di Cino da Pistoia e d’altri del sec. XIV.

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