Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/127

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capitolo decimoterzo. 119

rimasto; e non mi faccio bello di virtù piuttosto dubbie che certe. Io ti vidi, ti abbracciai, ti tolsi per mio vero e legittimo figliuolo, ti amai col maggiore amore che aveva, e collocai in te ogni mia ambizione. La tua domestichezza aggiunse forza e dolcezza a tali sentimenti, e con questo che ora ti scrivo sembrami darti una prova che sono tuo padre davvero.

In procinto di tornare alla mia vita avventurosa e piena di pericoli, per inseguire ancora quel fantasma, che mi è sfuggito quando appunto credeva di averlo fra le braccia, sul momento d’imbarcarmi per una spedizione che potrebbe finire colla morte, non volli tacere un ette di quanto riguarda i nostri legami di sangue. Ho una gran vendetta da compiere, e la tenterò con tutti quei mezzi che la fortuna mi consente: ma tu sei ancora a parte delle mie speranze, e compito quel grande atto di giustizia, a te s’aspetterà di raccoglierne l’onore ed il frutto. Per questo volli che tu rimanessi, oltrechè per le altre ragioni che ti espressi a voce. Bisogna che tu stia sotto gli occhi de’ tuoi concittadini, per accaparrartene l’affetto e la stima. Rimani, rimani, figliuol mio! Il fuoco della gioventù serpeggia nella gente da Venezia a Napoli; chi pensa di valersene, per far carbone a proprio profitto, potrebbe da ultimo trovare un qualche intoppo. Così almeno io confido che sarà. Se a me stesse designarti un posto, sceglierei Ancona o Milano; ma tu sarai giudice migliore secondo le circostanze. Intanto hai saggiato a prova questi ciarloni Francesi; volgi contro di essi le loro arti; usane a tuo vantaggio, com’essi abusarono di noi a loro solo giovamento. Pensa sempre a Venezia, pensa a Venezia, dove erano i Veneziani che comandavano.

Ora nulla ti è nascosto, puoi giudicarmi, come meglio ti aggrada, perchè se non ti ho fatto colla mia bocca questa confessione, fu solamente a cagione dell’esser io il