Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/19

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capitolo decimoprimo. 11

di solito che ai condannati del capo e ai cadaveri. Il dottor Lucilio si facea notare per la sua fervorosa devozione alla causa dei Francesi; e forse l’addentellato a questo zelo virile si trovava da lungo tempo disposto nelle misteriose turbolenze della sua gioventù. Si sa già ch’egli era, come allor si diceva, filosofo; e fra i filosofi principalmente si cernevano i caporioni delle società secrete, che serpeggiavano fin d’allora cupe e corrosive sotto la vernice screpolante della vecchia società. Ad ogni modo nel suo apostolato liberalesco ei ci metteva tutto il calore, tutta l’accortezza di cui era capace; e i patrizi che io incontravano in piazza, tremavano come i peccatori alla notturna apparizione d’un demonio. Gli è vero che se uno d’essi ammalava non era restio dal ricorrere a questo demonio, perchè trovasse il bandolo di guarirlo. Allora quel medico tastava quei polsi, guardava quelle faccie con un certo ghigno che lo vendicava dell’odio sofferto. Pareva che dicesse: — io vi disprezzo tanto che voglio anche guarirvi, e so che mi siete nemici, ma non me ne cale. —

Le signore dimostravano a Lucilio quel rispetto timido e vergognoso che pare uno stregamento, e suole ad una sola occhiata, ad un sol cenno trasformarsi più che in amore, in venerazione ed in servitù. Dicevano ch’egli fosse maestro nell’arte di Mesmer e ne contavano miracoli; certo peraltro di quel suo potere egli usava assai parcamente. E non vi fu donna che potesse dire di aver raccolto da’ suoi occhi il lampo d’un desiderio. Serbava l’indipendenza, la castità, il mistero del mago; ed io solo conosceva forse il segreto di tale sua ritenutezza, poichè i costumi d’allora, e più la sua fama di gran medico, di gran filosofo, non consentivano il sospetto d’un amore che lo preoccupasse tutto. Eppure era; e ve lo posso dir io; e quell’amore allargatosi in un’anima capace come la sua, pigliava oramai la forza e la grandezza d’una passione ir-