Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/231

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capitolo decimosesto. 223

un po’ malagevole per l’Aglaura questo passaggio dall’idee di morte, di odio, di vendetta, a quelle di pace, d’amore e di nozze; ma col mio ajuto e con quello di Spiro le superò. D’altra parte ella vedeva che così tutto si accomodava, e le donne per far tutti contenti sono anche capaci di maritarsi, quando peraltro con questi ripieghi accontentino prima di tutti se stesse. A quei tempi c’erano poche formalità per un matrimonio. Interpretando la tacita volontà di Spiro io m’ingegnai tanto e con sì felice esito, che prima della partenza della legione, ebbi la consolazione di vederlo sposo dell’Aglaura. Partimmo poi da Milano di conserva, perchè il signor Ettore mi concesse di buona voglia il permesso di accompagnarli fino a Mantova; di colà io l’avrei raggiunto a Firenze per la via di Ferrara. Quella breve meteora di contentezza famigliare m’era necessaria, per rompere il bujo del mio orizzonte che cominciava a minacciar troppo. Benchè anche di mio padre Spiro mi avea recato qualche notizia, se non diretta certo credibilissima. Lo dicevano giunto felicemente a Costantinopoli e inteso più che mai all’opera gravissima che lo preoccupava, nella quale peraltro improvvisi ostacoli lo avevano ritardato. Stava bene, e avrebbe mandato sue nuove o sarebbe tornato ad impresa fornita. La partenza per la Grecia del vecchio Apostulos poteva addentellarsi alle macchinazioni di mio padre in Turchia, ma capii che Spiro o non ne sapeva o non potea dirne di più, e cambiai discorso raccomandandogli soltanto di farmi giungere, al più presto e ovunque mi trovassi, qualunque novella di mio padre fosse per arrivare.

L’Aglaura, che avea preso il partito di aver comune con me il padre giacchè aveva la madre, mi rispose in nome suo che sarebbe fatto, e che ella cercherebbe ogni modo d’averne contezza sovente, poichè anche a lei stava a cuore un sì buon papà. Ci separammo a Mantova, proprio il giorno che quella città aveva ottenuto il permesso defini-