Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/261

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capitolo decimosesto. 253

parola più di seguire il Carafa, o di volersi partire da sola. Per me aveva tanta compassione di lei, che l’amor mio non avrebbe sdegnato di tornar umile e carezzevole come una volta, purchè l’avesse fatto le viste di desiderarlo.

— Carlino — mi diss’ella ad un tratto, — quando partiste da Venezia voi non sapevate che l’Aglaura fosse vostra sorella, perchè altrimenti me l’avreste detto.

— No, non lo sapeva; — risposi non vedendo ragione di mentir oltre.

— E tuttavia viveste insieme proprio come fratello e sorella? —

— Era impossibile altrimenti.

— E quanto tempo durò questa vostra vita innocente e comune?

— Certo parecchi mesi. —

La Pisana vi meditò sopra un pochino, indi soggiunse:

— Se io dormissi qui sopra questa seggiola, Carlo, ve ne avreste a male? —

Le risposi ch’ella poteva anche adagiarsi nel letto a sua posta, che io aveva da basso un altro giaciglio ove avrei cercato di pigliar sonno. Infatti si mostrò molto lieta di questa licenza, ma aspettò per approfittarne ch’io fossi disceso dalla scala. E allora, siccome per curiosità mi era fermato ad origliare, la udii dare il chiavaccio alla porta con molta cura di non far romore. L’anno prima a Venezia non avrebbe fatto così, ma dalle precauzioni usate a non farsi intendere capii che tutto era effetto di vergogna.

Il giorno dopo non si parlò più del giorno prima; cosa facilissima per la Pisana che si dimenticava di tutto, e difficilissima per me che non costumo nutrir d’altro il mio presente che delle memorie passate. Mi chiese in che modo saremmo partiti, così come se da qualche anno fossimo av-