Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/276

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268 le confessioni d’un ottuagenario.

che persona legata a me con vincoli sacri di parentela desiderava vedermi prima di morire. Io balzai in piede, perchè la mente mi corse subito a qualche stranezza della Pisana, ed era tanto disposto a veder ogni dove disgrazie, che ricorreva subito alle più funeste ed irreparabili. Temeva che avendomi saputo solo nelle Puglie le fosse saltato il ticchio di raggiungermi, e che avvolta in quel massacro di Molfetta ne fosse rimasta vittima. Afferrai adunque il braccio del prete, e lo trascinai fuori dell’osteria, avvertendolo con ciò che se avesse voluto corbellarmi non era io l’uomo disposto a sopportarlo. Quando fummo nel bujo d’una contrada solitaria:

— Signor capitano — mi bisbigliò sommessamente nell’orecchio il prete. — È suo padre...

Non lo lasciai proseguire.

— Mio padre! — sclamai. — Cosa dice ella di mio padre?...

— L’ho salvato oggi di mezzo a quei furibondi che ci hanno assaltato; — soggiunse il prete. — È un vecchio piccolo e sparuto, che udendo proclamare il nome del signor capitano, ha cominciato a dibattersi sul letto ov’io l’aveva fatto adagiare, e mi ha chiesto conto di lei, e dice e sacramenta ch’egli è suo padre, e che non morrà contento se non giunge prima a vederlo.

— Mio padre! — seguitava io a balbettare quasi fuori di me, correndo più che non potessero tenermi dietro le gambe del vecchio abate. Potete immaginarvi se in quel momento poteva metter ordine ai pensieri che mi stravolgevano la mente! Dopo alcuni minuti di quella corsa precipitosa, giungemmo ad una porta fra due colonne che pareva d’un monastero; e il vecchio prete apertala, e impugnato un lampioncino che ardeva nel vestibolo, mi guidò fino ad una stanza donde usciva un lamento come di moribondo. Io entrai convulso dalla meraviglia e dal dolore, e caddi