Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/336

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328 le confessioni d’un ottuagenario.

CAPITOLO DECIMONONO.


Come i mugnaj e le contesse mi proteggessero nel 1805. — Io perdono alcuno de’ suoi torti a Napoleone, quand’egli unisce Venezia al Regno d’Italia. — Tarda penitenza d’un vecchio peccato veniale, per la quale vo in fil di morte; ma la Pisana mi risuscita e mi mena secolei in Friuli. — Divento marito, organista e castaldo. — Intanto i vecchi attori scompaiono dalla scena. Napoleone cade due volte, e gli anni fuggono muti ed avviliti fino al 1820.


Lucilio s’era rifugiato a Londra; egli aveva amici dappertutto e d’altra parte per un medico come lui tutto il mondo è paese. La Pisana mi avea sempre tenuto a bada colle sue promesse di venirmi a raggiungere: allora poi, dopo abbandonato l’ufficio, non avea nemmen coraggio di chiamarla a dividere la mia povertà. A Spiro e all’Aglaura sdegnava ricorrere per danari; essi mi mandavano puntualmente i miei trecento ducati ad ogni Natale; ma ne avea erogato due annualità in pagamento dei debiti lasciati a Ferrara, e di quelli non poteva giovarmi. Rimasi adunque per la prima volta in vita mia senza tetto e senza pane, e con pochissima abilità per procurarmene. Volgeva in capo mille diversi progetti, per ognuno dei quali ci voleva qualche bel gruppetto di scudi; non foss’altro per incominciare; e così di scudi non avendone più che una dozzina, mi accontentava dei progetti e tirava innanzi. Ogni giorno mi studiava di vivere con meno. Credo che l’ultimo scudo lo avrei fatto durare un secolo, se il giorno della partenza di Napoleone per la Germania non me lo avesse rubato uno di quei famosi borsaiuoli che si esercitano, per pia consuetudine, nelle contrade di Milano. L’Imperatore s’era fatto grasso, e s’avviava allora alla vittoria di Austerlitz; io me lo ricordava magro e risplendente ancora delle glorie