Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/392

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384 le confessioni d’un ottuagenario.

notizie da Venezia, e sapendo che la Pisana, accasata colla Clara presso suo marito, non d’altro si occupava che di curare le infermità di questo, mi uscirono da capo certi giudizi temerari che aveva fatto sulla sua fuga dal Friuli. S’ella fosse stata arrabbiata contro di me, non ne avrebbe dato segno a quel modo. Io conosceva per pratica le vendette della Pisana. Intanto anche lontano non cessava di esserle utile. Avea rimesso in buon sesto l’amministrazione di quei pochi coloni che dipendevano ancora dal castello di Fratta, e regolato l’esazione di molti livelli. Le entrate crebbero del trenta per cento. Monsignore potè mangiare qualche cappone che non era gallo, e il conte Rinaldo, malgrado la sua selvatichezza, mi ebbe a ringraziare dell’essermi adoperato a loro pro senz’essere richiesto, e con tanta efficacia.

Vi prenderà stupore e noia che la mia vita, per qualche tempo così capricciosa e disordinata, riprendesse allora un tenore sì quieto e monotono. Ma io racconto e non invento: d’altra parte è questo un fenomeno comunissimo e naturale nella vita degli Italiani, che somiglia spesso al corso d’un gran fiume lento, paludoso, interrotto a tratti da sonanti e precipitose cascate. Dove il popolo non ha parte del governo continuamente, ma se la prende a forza di tanto in tanto, questi sbagli, queste metamorfosi devono succedere di necessità, perchè altro non la vita del popolo se non la somma delle vite individuali. Per questo io girai alcuni anni lo spiedo, fui studente e un po’ anche cospiratore; indi tranquillo cancelliere, poi patrizio veneto nel Maggior Consiglio e segretario della Municipalità: da amante spensierato di tutto, mi mutai di colpo in soldato: di soldato in ozioso un’altra volta, poi in intendente e in maggiordomo: finii a maritarmi e a sonar l’organo.

In questo perpetuo su e giù se salii o scesi lo direte