Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/393

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capitolo decimonono. 385

voi: e per me so che ci consumai trentaquattr’anni, quegli anni nei quali vissi tutto per me. Dopo, la famiglia, i legami, i doveri precisi e materiali s’impadronirono de’ miei sentimenti. Non fui più il puledro che scorazza pei paludi saltando fossati e sforacchiando frutti, ma il cavallo bardato che tira gravemente o la carrozza d’un cardinale, o il carretto della ghiaia. Ma non vi spaventate; non mancheranno terremoti e rovesci per tornare in libertà il cavallo, e fargli riprendere una matta corsa attraverso il mondo. Solamente ora sono sicuro di non correr più; ma ho, vi ripeto, come monsignore, lo scirocco degli ottant’anni nelle gambe.

Mentre io mi faceva dì per dì sempre più casalingo e campagnuolo, e al mio piccolo Luciano che già trottolava nel cortile aggiungeva un secondo fanciulletto cui mettemmo nome Donato, in onore dello zio che gli fu padrino, nel mondo strepitavano le glorie guerresche di Napoleone. Vinceva la Prussia a Jena, l’Austria a Wagram; s’imparentava colle vecchie dinastie, e signore dell’Europa chiudeva il continente all’Inghilterra, e minacciava il mezzo asiatico impero degli Czar. L’Italia, tutta in suo pugno, sbocconcellata a capriccio; aveva tuttavia retto a Milano lo stendardo dell’unità. Si avvezzavano a guardar quello, e Napoleone piuttosto nemico che protettore, per la sua ambizione smisurata e noncurante di storia o di popoli. Ma quando la spada dataci da lui fosse caduta a terra, chi avrebbe osato impugnarla? A questo non pensavano. Si credevano forti, non sapendo che la forza riposava sopra il colosso e con lui si sarebbe fiaccata. Di cento che armeggiavano uno solo pensava, e agli altri novantanove sarebber cadute le armi e le braccia nel maggior cimento. Io non era spettatore, ma indovinava. Spiro frattanto scriveva lettere sempre più animate e misteriose; e ben m’accorgeva che qualche sublime idea fermentava nell’anima