Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/395

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capitolo decimonono. 387

mi sarebbe mancato nè decoroso sostentamento nè occasione di esser utile a me ed agli altri. Ma contento di quello che aveva, non arrischiava d’avventurar me e soprattutto i miei in malcerto tentennamento. Bruto, leggendo qualche brano delle lettere di mio cognato, si mordeva le labbra, e pestava rabbiosamente la sua gamba di legno. Io guardava l’Aquilina e il piccolo Donato che le pendeva alla mammella: non poteva distogliermi da quella pace.

Successe la gran guerra dei moderni giganti. Napoleone entrò in Germania con cinquecentomila uomini, diede la posta a Dresda a imperatori e re più vassalli che alleati; e quando alcuni fra essi gli erano annunciati, diceva: Aspettino. Voleva chieder conto allo Czar della tiepida amicizia. Il mistico Alessandro chiamò all’armi la santa Russia, oppose alla guerra dell’ambizione la guerra del popolo; e quella miserabile cavalleria dei Cosacchi, come la chiamava Napoleone, fu il flagello e lo sgomento dell’invincibile esercito. Giunse a Mosca, vincitore sempre: ne fuggì vinto dal fuoco, dal gelo, dagli elementi insomma, ma non dagli uomini. Quarantamila italiani insanguinarono delle proprie vene le nevi della Russia per assicurare la ritirata agli avanzi dispersi della grande armata. Ma il bollettino che annunziava l’immenso disastro conchiudeva: «La salute di Sua Maestà non fu mai migliore.» Conforto bastevole alle vedove, agli orfani, alle madri orbate della prole! Egli è a Parigi a levar nuovi eserciti, a rincalorire la devozione colla presenza, e il coraggio con nuove bugie. Ma la Francia non gli crede, la Germania insorge, gli alleati tradiscono. Egli ricade a Lipsia; abdica all’Impero di Francia, al Regno d’Italia e si ritira all’isola d’Elba.

Allora si vide cosa fosse il Regno d’Italia senza Napoleone, e a che i popoli sieno menati da istituzioni anche maschie senza libertà. Fu uno sgomento, una confusione