Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/504

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496 le confessioni d’un ottuagenario.

sassi che meglio era la morte d’una vita disonorata dall’impostura, e gonfia di vanagloria. Peraltro non guardava quei difettucci coll’occhio del bue, e sperava che i miei figliuoletti se ne sarebbero corretti a tempo.

Tuttavia, un giorno che non so a qual proposito ella mi citava il dottor Ormenta come il vero esemplare del cristiano e dell’onesto cittadino, io non potei ristare dall’opporle, come mai quel perfetto cristiano e quell’onesto cittadino lasciasse morire suo padre si poteva dire d’inedia.

— È una nefanda falsità! — si mise a gridar l’Aquilina — il vecchio Ormenta ha dal governo una grassa pensione, e potrebbe camparsela molto agiatamente senza viziacci che lo dissanguano.

— E se io vi dicessi, — soggiunsi — che gli interessi dei debiti contratti per assecondare l’ambizione del figlio gli divorano d’anno in anno buona parte del suo soldo, e che il dottore lo sa e non si dà il benchè minimo pensiero di soccorrerlo?...

— Oh fosse anche! — sclamò l’Aquilina — e non gli darei torto! Suo padre fu un tal birbaccione che merita una punizione esemplare, e tal sia di tutti i tristi, come di lui.

— Brava! — ripresi io. — Tu sei scrupolosa cristiana e deferisci agli uomini quel supremo ministero di giustizia che Dio ha riserbato a se stesso!... I figliuoli poi non so da qual legge di carità sieno messi in grado di giudicare, e punire le colpe dei padri!

— Non dico questo, — mormorò l’Aquilina — ma Dio può ben permettere che il dottor Ormenta ignori le strettezze di suo padre, perchè questi sia castigato delle sue ribalderie anche durante il pellegrinaggio terreno!...

— Benissimo! — ripigliai — ma io certo non vorrei avere sulla coscienza quest’ignoranza! — Infatti il vecchio Ormenta morì pochi giorni dopo, accompagnato dalla gene-