Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/200

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«Era quasi notte, quando tutto fu finito. Ganem, il quale non aspettavasi una cerimonia sì lunga, cominciava ad inquietarsene, e l’inquietudine sua crebbe d’assai, quando vide imbandire un banchetto in memoria del defunto, secondo l’uso di Bagdad. Gli dissero inoltre che le tende non eransi innalzate soltanto per difendersi dagli ardori del sole, ma eziandio onde preservarsi dalla rugiada notturna, non dovendosi tornare alla città se non all’indomani. Tale discorso conturbò Ganem. — Sono straniero,» disse fra sè; «ho fama di ricco mercante; potrebbero i ladri approfittare della mia assenza, ed andar a saccheggiarmi la casa. I miei schiavi medesimi potrebbero essere tentati da occasione sì bella; non hanno che a darsi alla fuga con tutto il danaro ricavato dalle mie merci; dove andrei a cercarli?» Preoccupato da codesti pensieri, mangiò due bocconi in fretta, e si sottrasse destramente alla compagnia.

«Affrettò i passi per essere più sollecito: ma come sovente accade che quanto si ha maggior fretta, tanto meno si avanzi, prese una strada per l’altra, e si smarrì nell’oscurità, per modo ch’era quasi mezzanotte quando giunse alla porta della città. Per maggior disgrazia, la trovò chiusa. Gli cagionò quel contrattempo nuova pena, e fu costretto a prendere il partito di cercar un luogo dove passare il resto della notte onde attendere che si aprisse la porta. Entrò pertanto in un cimitero sì vasto, che dalla città estendevasi fino al luogo d’ond’era venuto, inoltrandosi sino a certe mura assai alte che contornavano un campicello, il quale formava il cimitero particolare d’una famiglia, ed in mezzo a cui sorgeva una palma. Eravi inoltre un’infinità di altri cimiteri particolari, de’ quali non prendevano troppa cura di chiudere le porte; Ganem, trovando aperta quella dove stava la palma, vi penetrò, si chiuse dietro la porta, e co-