Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/322

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«— Che cos’avete mai, figlio mio?» gli chiese la madre, vedendolo in quello stato. «Perchè siete sì abbattuto e diverso del solito? Quand’anche perduto aveste tutto ciò che possedete, non potrei vedervi peggio di così. So l’enorme spesa che faceste, e dacchè vi ci abbandonaste, voglio credere che più non vi resti molto denaro. Siete padrone dei vostri beni, e se io non mi sono opposta alla vostra sregolata condotta, fu perchè sapeva la savia precauzione da voi presa di conservare la metà del vostro patrimonio. Ora, non so cosa vi possa aver immerso in tal profonda melanconia. —

«Abu Hassan, a quelle parole, proruppe in un disperato pianto, ed in mezzo alle lagrime ed ai sospiri: — Madre,» sclamò, «conosco finalmente, per un’esperienza ben dolorosa, quanto sia insopportabile la povertà. Sì, sento vivamente che come il tramonto del sole ci priva dello splendore di quell’astro, così pure la povertà ne toglie ogni sorta di allegria. È dessa che fa dimenticare affatto tutte le lodi che ci si prodigavano, e tutto il bene che di noi si diceva prima che vi fossimo caduti; dessa che ci riduce a non uscire per le vie se non prendendo le opportune misure onde non essere notati, e passarle notti versando lagrime di sangue. In una parola, chi è povero, non è più riguardato, nemmeno dai parenti e dagli amici, se non come uno straniero. Voi sapete, madre mia,» proseguì egli, «in qual maniera ho da un anno trattati i miei amici. Li convitai il più lautamente che seppi, spendendo tutto fino a cadere nella miseria; ed oggi, che non ho più i mezzi di continuare, mi veggo abbandonato da tutti. Quando dico che non ho i mezzi di continuare a trattarli nel medesimo modo, intendo parlare del denaro da me posto a parte per servirmene nell’uso che ne feci; chè quanto alla mia rendita, ringrazio Iddio