Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/348

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all’appartamento, d’ondo era uscito. Vi entrò egli preceduto dal gran visir; ma fatti appena alcuni passi, esternò di aver qualche urgente bisogno, e tosto gli fu aperto un bellissimo gabinetto col suolo di marmo, invece che l’appartamento, dove trovavasi, andava coperto di ricchi tappeti al par degli altri luoghi del palazzo. Gli presentarono una calzatura di seta trapunta d’oro, ch’era costume di mettersi prima di entrarvi, ed egli la prese, ma ignorandone l’uso, se la posò in una delle maniche, ch’erano larghissime.

«Siccome accade spesso che si rida piuttosto d’una bagattella che non di qualche cosa d’importante, poco mancò che il gran visir, Mesrur e tutti gli officiali del palazzo che trovavansi presso di lui, non iscoppiassero dalle risa, per la voglia che loro ne venne, e così non guastassero tutta la festa; ma si contennero, ed il gran visir fu infine costretto a spiegargli che doveva calzarsene prima di entrare nel gabinetto.

«Mentre Hassan stava in quello, il gran visir andò a trovare il califfo, ch’erasi già posto in un altro luogo per continuar ad osservare Abu senza esserne visto, e gli raccontò l’accaduto, recandogli così nuovo piacere.

«Uscito Abu Hassan dal gabinetto, Mesrur, camminando innanzi per insegnargli la strada, lo condusse nell’appartamento interno, dove stava ammannita la mensa. Aperta la porta che vi metteva, parecchi eunuchi corsero subito ad avvertire le musicanti che il califfo accostavasi; tosto cominciarono esse un concerto di voci e di stromenti de’ più melodiosi, con tal diletto del giovane, che se ne trovò inebbriato di gioia e piacere, nè sapeva assolutamente cosa pensare di quanto vedeva ed ascoltava. — Se è un sogno,» diceva fra sè, «il sogno è lungo. Ma non è sogno,» continuava; «mi sento bene, ragiono, veggo, cammino, odo. Checchè ne sia, mi rimetto a Dio