Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/374

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tore de’ credenti, quale mi credeva d’essere, e sostenevale d’essere in fatto. Voi siete pure la cagione dello scandalo dato a’ miei vicini, quando, accorsi alle grida della mia povera madre, mi sorpresero accanito a volerla ammazzare; il che non sarebbe accaduto, se aveste avuto cura di chiudere, partendo, la porta della mia camera, come ve ne aveva pregato. Essi non sarebbero entrati in casa mia senza mia licenza, e, cosa che mi fa maggior pena, non sarebbero stati testimoni della mia follia. Non mi sarei trovato costretto a percuoterli, difendendomi contro di essi, e non mi avrebbero legato e maltrattato, come fecero, per condurmi e farmi rinchiudere nell’ospizio de’ pazzi, dove posso assicurarvi che ogni giorno, per tutto il tempo che rimasi in quell’inferno, non si mancò di trattarmi a furiose nervate. —

«Abu Hassan raccontava al califfo i suoi argomenti di lagnanza con molto calore e veemenza. Il califfo sapeva meglio di lui tutto ciò ch’era accaduto, e giubilava in sè medesimo di essere sì ben riuscito nel proprio disegno di gettarlo nell’errore nel quale vedevalo ancora; ma non potè udire quel racconto, fatto con tanta ingenuità, senza dare in un grande scroscio di risa.

«Abu Hassan, il quale stimava il suo caso degno di compassione, e cui tutti avrebbero dovuto esser sensibili al par di lui, si scandalizzò moltissimo di quelle risa del falso mercatante di Mussul. — Vi beffate voi di me,» gli disse, «ridendomi così in faccia, oppure credete ch’io mi burli di voi, mentre vi parlo sul serio? Volete prove reali di quanto asserisco? Ecco, guardate voi medesimo; mi direte poi se io scherzo.» E sì dicendo, abbassatosi, e scoperte le spalle ed il petto, mostrò al califfo le cicatrici e le lividure prodotte dalle ricevute nervate.

«Non potè il califfo guardare quei segni di barbarie