Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/376

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«poichè così volete, sarete obbedito, e vi prometto di non farvene mai più. — Mi fate piacere a parlarmi di tal modo, e non vi chiedo altro; sarò contentissimo purchè mi manteniate la parola; vi sciolgo da tutto il resto. —

«Così discorrendo, Abu Hassan ed il califfo, seguito dal suo schiavo, accostavansi insensibilmente all’abitazione del primo; il giorno era al tramonto, quando giunsero alla casa. Il giovane chiamò tosto la madre, e fece portare i lumi; pregato poi il califfo di sedere sul sofà, gli si pose accanto. In poco tempo la cena fu servita sulla tavola che venne loro avvicinata; mangiarono senza cerimonie, e quand’ebbero finito, la madre di Abu Hassan sparecchiò, pose sulla tavola le frutta, ed il vino colle tazze presso il figliuolo; poi se ne andò e più non comparve.»

— Buon Dio, sorella,» disse Dinarzade, «prevedo che Abu Hassan sia per tornar califfo; gli accadrà la medesima sventura? — No, sorella, e lo vedrai dal seguito di questo racconto, se il sultano, mio padrone, mi permetterà di finirlo.» Schahriar si alzò, e la notte seguente, Scheherazade ripigliò la novella in codesti sensi:


NOTTE CCXCIX


— Sire, Abu Hassan cominciò pel primo a versarsi il vino, e ne versò poscia al califfo. Bevvero cinque o sei bicchieri ciascuno, parlando di cose indifferenti, e quando il califfo vide che Hassan cominciava a riscaldarsi, fe’ cadere il discorso sul capitolo de’ suoi amori, chiedendogli se non avesse mai amato.

«— Fratello,» rispose familiarmente Abu Hassan,