Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/377

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

355


il quale credeva di parlare all’ospite come a suo eguale, «io non ho mai risguardato l’amore od il matrimonio, se volete, se non come una servitù, alla quale ebbi sempre ripugnanza di sottomettermi; e fino al presente, vi confesserò di non amar altro che la buona tavola, e soprattutto il buon vino; in una parola, non penso che a divertirmi bene, e conversare piacevolmente cogli amici. Non vi accerto però ch’io sia indifferente al matrimonio, nè incapace di affetto, se potessi imbattermi in una donna bella ed amabile come quella che vidi in sogno quella notte fatale, nella quale vi accolsi qui per la prima volta, e che, per mia disgrazia, lasciaste aperta la porta della camera; una donna che volesse ben passar le sere con me, che sapesse cantare, suonare più stromenti ed intertenermi gradevolmente; che non istudiasse, in somma, se non di piacermi e divertirmi. Credo, anzi, che cangerei tutta la mia indifferenza nel massimo attaccamento per una tal persona, e mi stimerei felicissimo di vivere con lei. Ma dove trovare una donna qual ve la dipinsi altrove che nel palazzo del Commendatore de’ credenti, presso il gran visir Giafar o i signori più possenti della corte, a’ quali non mancano mezzi di provvedersene? Preferisco dunque rimaner qui colla bottiglia; è un piacere di poca spesa, che tengo comune con essi.» Sì dicendo, prese la tazza e si versò da bere. «Prendete la vostra, che ne versi anche a voi,» disse poi al califfo, «e continuiamo a gustare un piacere sì grato. —

«Quando il califfo ed Abu Hassan ebbero bevuto: — È gran peccato,» ripigliò il primo, «che un galantuomo par vostro, il quale non è indifferente all’amore, conduca vita sì solitaria e ritirata.

«— Non ho nessun dispiacere,» rispose Abu Hassan, «a preferire la vita tranquilla che mi vedete