Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/60

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mi vedrete tornare con una buona somma di danaro di cui mi avranno tutti assieme soccorso. Cangerò vita, come ho già risoluto, e cercherò utilizzare questo danaro trafficandolo. —

«Non mancò Noreddin di andare alla domane dai suoi dieci amici, i quali dimoravano in una medesima contrada; bussò alla prima porta che gli si presentò, dove stava uno dei più ricchi. Venne una schiava, e prima di aprire chiese chi battesse. — Dite al vostro padrone,» rispose il giovine, «che è Noreddin, il figliuolo del fu visir Khacan.» La schiava aprì, lo introdusse nella sala, ed entrò nella stanza dove stava il padrone, ad annunziare che Noreddin veniva a fargli visita. — Noreddin!» sclamò il padrone con accento di sprezzo, ed a voce alta sì che questi l’intese con suo grande stupore. «Va a dirgli che non ci sono, e tutte le volte ch’egli torna, rispondigli la medesima cosa.» Tornò la schiava, e diede per risposta a Noreddin, di aver creduto che il suo padrone fosse in casa, ma ch’erasi ingannata.

«Il giovine uscì pieno di confusione. — Ah perfido, uomo pessimo!» sclamò. «Ieri mi protestava che io non aveva miglior amico di lui, ed oggi mi tratta sì indegnamente!» Andò a bussare alla porta d’un altro amico, e questi gli fece dire la medesima cosa del primo. Ebbe la stessa risposta dal terzo, e così dagli altri fino al decimo, sebbene tutti si trovassero in casa.

«Fu allora che Noreddin rientrò davvero in sè, e riconobbe l’irreparabile fallo commesso, fondando troppo facilmente le proprie speranze sull’assiduità di quei falsi amici a rimaner attaccati alla sua persona, e sulle loro proteste d’amicizia in tutto il tempo ch’erasi trovato in condizione di trattarli lautamente, e colmarli di largizioni e benefizi. — Ben è vero,» disse fra sè, colle lagrime agli occhi, «che un uomo fe-