Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/614

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sapere cosa intendesse fare, mi fece fingere di dormire profondamente. Essa fini di vestirsi, e poco dopo uscì dalla stanza senza strepito.

«Quando fu uscita, mi alzai anch’io, e gettatami la veste sulle spalle, fui abbastanza in tempo di vedere, da una finestra che guardava sul cortile, che la donna, aperta la porta di strada, di là usciva.

«Corsi subito alla porta da lei lasciata socchiusa, e col favor della luna la seguii sinchè la vidi entrare in un cimitero vicino alla nostra casa. Salii allora sul muro che conterminava col cimitero, e prese le mie precauzioni onde non essere veduto, scorsi Amina con un gul1.

«Non ignorerà vostra maestà che i gul d’ambo i sessi sono demoni erranti per la campagna. Abitano d’ordinario le ruine degli edifizi, d’onde gettansi per sorpresa sui passeggeri onde ucciderli e divorarne le carni. In mancanza di viandanti, vanno la notte ne’ cimiteri a pascersi di quelle de’ cadaveri, che dissotterrano.

«Rimasi in una spaventosa sorpresa, scorgendo mia moglie con quel gul, e molto più quando li vidi dissotterrare un morto in quel giorno stesso seppellito, ed il gul tagliarne a più riprese pezzi di carne, che mangiarono poi ambedue insieme, seduti sull’orlo della fossa. Discorrevano tranquillamente nel fare un banchetto sì crudele ed inumano; ma io era troppo lontano, e mi fu impossibile comprendere qualche cosa de’ loro discorsi, che doveano essere strani quanto il pasto, la cui rimembranza mi fa raccapricciar tuttora.

  1. Gul: sono, secondo la religione maomettana, specie di larve che corrispondono all’Empuse degli antichi, e non ne differiscono se non perchè quest’ultime erano sempre di sesso femminino.