Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/635

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affamato, senza che me ne potessi difendere, vi si avventò sopra, e me l’avrebbe tolta, se non avessi resistito. Ma, aimè! avrei fatto meglio ad abbandonar gliela per non perdere la mia borsa! Più resistenza trovava in me, e più il vorace uccello ostinavasi a volermela rapire, trascinandomi qua e là, mentre sostenevasi in aria senza lasciare la carne; ma sgraziatamente accadde che, negli sforzi ch’io faceva, mi cadesse il turbante per terra.

«Subito il nibbio, lasciata la carne, si gettò sul turbante prima ch’io avessi avuto il tempo di raccoglierlo, e lo portò via. Io gettai tali acutissime strida, che uomini, donne e fanciulli del vicinato ne furono spaventati, ed aggiunsero le loro grida alle mie per tentare che il nibbio lasciasse andare la preda.

«Riesce talora, con simile mezzo, di costringere tal sorta d’uccelli voraci ad abbandonare ciò che hanno preso; ma le grida non ispaventarono il nibbio, il quale portò tanto lontano il mio turbante, che lo per demmo di vista prima ch’ei lo avesse deposto. Sarebbe quindi stato inutile darmi la briga e la fatica di corrergli dietro per ricuperarlo.

«Tornai a casa tristissimo per la perdita del turbante e del denaro: intanto fu d’uopo comprarne un altro, il che portò nuova diminuzione alle dieci pezze d’oro cavate dalla borsa. Ne aveva già spese per l’acquisto della canapa, ed il poco che mi restava, non era sufficiente onde realizzare le belle speranze da me concepite.

«Quello però che maggiormente mi afflisse fu la poca soddisfazione che proverebbe il mio benefattore per avere così mal collocata la sua liberalità quando avesse saputa la disgrazia accadutami, ch’ei poteva risguardare forse come incredibile, e conseguentemente come una vana scusa.

«Finchè durarono le poche monete d’oro che mi