Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/649

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«Alla sera, accesa la lucerna, i nostri bamboli, continuando i loro giuochi, nel togliersi il diamante per considerarlo l’un dopo l’altro, si avvidero che mandava luce a misura che mia moglie li privava del chiaro della lucerna nel moversi qua e là per terminare di allestir la cena; ciò indusse i fanciulli a strapparselo di mano per farne l’esperienza, piangendo i piccoli allorchè i grandi lor non lo lasciavano quanto volevano, per cui questi erano costretti a renderlo per acchetarli.

«Siccome ogni piccola cosa è capace di divertire i ragazzi e promovere contrasti, e ciò accade di sovente, nè mia moglie nè io non facemmo veruna attenzione al motivo del trambusto e del fracasso onde ci stordivano. Cessarono finalmente quando i più grandi si furono posti a cena con noi, e che mia moglie ebbe dato a ciascuno de’ minori la sua parte.

«Dopo cena, riunironsi i fanciulli, ricominciando il medesimo susurro di prima; io allora volli sapere la causa di tale schiamazzo. Chiamai il maggiore, e chiestogli perchè facessero tutto quel rumore, egli rispose: — Papà, è un pezzo di vetro che luccica quando lo guardiamo colla schiena volta alla lucerna.» Me lo feci portare, e rinnovai l’esperienza; il fatto mi parve straordinario, e domandai alla moglie cosa fosse quel cristallo.

«— Nol so,» rispos’ella; «è un pezzo di vetro che cavai dal ventre del pesce nel prepararlo. —

«Nè io m’immaginai meglio di lei che altro non fosse se non vetro. Pure volli spingere lo sperimento più lungi, dicendo a mia moglie di nascondere il lume sotto il camino; essa obbedì, e vidi che il preteso vetro tramandava tanta luce, che potevamo andarcene a letto senza bisogno della lampada. La feci dunque spegnere, e posi io stesso il cristallo sul l’angolo del camino per rischiararci.