Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/222

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nella pubblica via, e sotto gli occhi del re.» Il califfo, riflettendo al suo destino, diceva fra sè:

«— Io non volli rimanere al servizio del tavernaio, mi sono fatto mediatore, e per mio castigo ora mi appiccano. Ma non debbo prenderla con me; esso non è se non il compimento del mio destino. —

«Giunto al luogo del supplizio, gli si attaccò la corda al collo, e si cominciò a tirarla. Nel salire in aria, schiuse gli occhi, e si trovò nel bacino, alla presenza del medico, del giovane e del visir, che lo guardavano. Il visir tosto si avanzò ridendo, per dargli la mano.

«— Perchè ridi?» domandò il califfo. — Rido della mia avventura,» rispose il visir, «giacchè fui donna, mi sono maritata ed ebbi sette figli. — Ebbene,» soggiunse il re, «tu amavi i tuoi figli e n’eri riamato: hai provate pene e piaceri; ma io discendo in questo punto dalla forca.» Allora si narrarono le reciproche avventure. Tutti gli astanti risero assai e rimasero attoniti della potenza del medico. Il califfo lo invitò a rimanere presso di lui, colmandolo d’onori e di beni; poi mandò a cercare un cadì per istendere il contratto di matrimonio della figlia.

«Si celebrarono le nozze con feste e pubbliche allegrie. Il medico ed il giovane al quale aveva reso sì grandi servigi, vissero sempre strettamente uniti, e godettero della più perfetta felicità.»

Scheherazade, terminando la storia del medico persiano e del tavernaio di Bagdad, s’accorse che il giorno cominciava a comparire. — Sire,» diss’ella, «le cose singolari che vi ho raccontate, mi rammentano un prodigio d’un altro genere operato una volta, sotto gli occhi di tutto l’Egitto, dalla sagacia ed abilità d’un visir dell’impero d’Assiria. Io glie lo racconterò domani, se vostra maestà me lo permette.»