Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/455

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timento, le grida del cavaliere sono ancor più terribili di quelle del corsiero.

«Tiene per sciabola una costa di balena che seppe rendere più tagliente dell’acciaio; il suo braccio e l’armi sono sì pesanti, da non percuoter mai senza uccidere; nulla può sopra di lui la forza umana, poichè tutto ciò ch’ei porta, tutto ciò onde si serve, hanno un magico incanto. — Signora,» interruppe vivamente Habib, «non posso io, prima di tre giorni, recarmi sull’isola tiranneggiata da Racascik? Datemene i mezzi; ecco ch’io m’alzo, e giuro di non più sedere se compita non abbia la vendetta del cielo su questo barbaro nemico dell’umanità. — «Pronunziando tal giuramento, la fisonomia di Habib animossi e prese un carattere sì grande, che avrebbe ispirato fiducia in un esercito intero. Fece alcuni passi sotto il padiglione, e la maestà del portamento, le grazie nobili e fiere de’ suoi movimenti, avvalorarono ancora l’espressione del volto,

«Ilzaide, nascondendo il capo dietro quello della germana: — Ecco un eroe! sorella,» le disse; «io non ne aveva mai veduto.... Che bella cosa è un eroe!... Io tremo.... di amarlo. — Temo che per voi non sia più tempo d’aver paura,» rispose la primogenita.

«— Valoroso cavaliere,» proseguì poi rivolta al principe, «noi siamo più premurose di voi onde procurarvi i mezzi di liberarci dal tiranno che ci opprime. In un seno di questa montagna, è una palude piena di canne di lunghezza e forza straordinarie; or ne faremo una zattera, sulla quale, approfittando della bonaccia, vi condurremo noi medesime all’isola Bianca; ma riposate ancora, e continuate a mangiar tranquillamente. Ilzaide,» disse quindi alla sorella, «andiamo subito a preparar la zattera.— Vi seguirò,» riprese Habib; «non manco di destrezza, nè di for-