Pagina:Le sfere omocentriche.djvu/20

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8 Schiaparelli, N.° IX.

celesti, occorreva anzitutto stabilire un principio, intorno al quale tutti si potessero accordare. E questo fu, che la composizione del mondo dovesse essere ordinata secondo una legge unica e generale1. Agli astronomi greci mancava la legge fisica della gravitazione universale; dovettero dunque tenersi a leggi geometriche, sotto pena di cadere nell’arbitrario. Ora la rivoluzione quotidiana delle fisse offriva un moto circolare ed uniforme; circolare ed uniforme appariva pure il moto del Sole e della Luna alle osservazioni di quel tempo. Poiché i movimenti degli astri doveano dipendere tutti dalle medesime leggi, giustamente fu concluso per analogia, che le anomalie osservate nel corso dei pianeti dovessero esser soltanto apparenti, e dovessero risolversi anch’esse nella combinazione di più moti circolari ed uniformi. Questo assioma, di cui, per testimonianza di Gemino2, il primo enunciato si deve ai Pitagorici, fu da tutta l’antichità posto come base inconcussa delle ipotesi astronomiche, e con ragione; infatti, checché oggi se ne voglia dire, gli antichi fuori di esso non avrebbero trovato che l’arbitrio ed il caos. Tale assioma conservò in astronomia intiera la sua autorità fino ai tempi dì Keplero, il quale sostituì il moto ellittico al moto circolare. Tuttavia Keplero stesso obbedì ancora a questo principio, quando proclamò l’uniforme descrizione delle aree; e ad esso pure obbedirono, dopo di lui, Bouillaud e Seth Ward, quando immaginarono l’ipotesi ellittica semplice, in cui si suppone uniforma il movimento angolare dei pianeti intorno a quel fuoco dell’ellisse, che non è occupato dal Sole. La sua autorità non fu intieramente distrutta che quando, per opera di Galileo, di Newton, e dei loro continuatori, fu escluso affatto l’elemento metafisico dallo studio della natura.

  Un’altra condizione, a cui dovettero assoggettarsi i primi che specularono sulla forma bell’universo, fu quella di attribuire a tal forma la maggior possibile semplicità e simmetria di costruzione. Cosi, nel sistema di Filolao, le orbite dei corpi celesti formano un insieme di circoli descritti intorno ad un centro comune; e la stessa regola, od almeno una simile, si osserva nei varj schemi immaginati da Platone. A tale supposizione fondamentale si attenne pure Eudosso, e tutte le sue sfere immaginò descritte concentricamente alla Terra e intorno ad essa simmetriche3; onde a buon diritto fu dato loro in tempi posteriori il nome di sfere omocentriche. Adottando questa supposizione, il problema diventava assai più difficile, poiché a queste sfere era così tolto ogni movimento di traslazione, e non rimaneva al geometra altro modo di rappresentare i fenomeni, che quello fondato sulla combinazione dei loro movimenti rotatorj; ma alla fabbrica del mondo si conservava in tal modo un’eleganza, da cui le costruzioni d’Ipparco e di Tolomeo e degli altri tutti, compreso Copernico, rimasero assai lontane, e che non trovò più l’uguale, fino ai tempi di Keplero. Tale concentricità delle sfere celesti avea inoltre il vantaggio di non contraddire alla testimonianza dei sensi ed alle opinioni, tuttora rispettate, degli antichi fisici. Si dovea anche cercare di esperimentare ogni cosa possibile, prima d’introdurre nel cielo un elemento di asimmetria e d’arbitrio, qual è il moto eccen-


  1. «Ante omnia, quae ad mathematicarum rerum considerationem spectant, est principiorum sumptio, ut inter omnes convenit. Quorum primum est, mundi compositionem existere ordinatim ope unius princìpii adminìstratam» Così Dercillide filosofo platonico presso Teone Smirneo. (Theonis Astronomia ed. H. Martin, p. 327). Nessuno oserà dire che oggi occorra ragionar altrimenti.
  2. Gemini, Isagoge ad phœnomena Cap. I
  3. Vedi l’Appendice II, dove Simplicio afferma espressamente questa concentricità. Essa del resto risulta in modo evidente dall’insieme di tutti i particolari del sistema. Con questo rimane d’un tratto confutata l’opinione di quelli che hanno voluto vedere nel sistema di Eudosso il germe delle teorie epicicliche adottate più tardi da Ipparco e dagli astronomi alessandrini.