Pagina:Le sfere omocentriche.djvu/73

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N.° IX. le sfere omocentriche, ecc. 61

lari, avendo egli stesso detto, che le sfere inferiori non hanno le restituenti che ne distruggano il moto1: tuttavia Sosigene giustamente osserva, che anche per riguardo alla Luna è necessario conservare le restituenti (superiori ad essa), se non vogliamo che la velocità dei moti superiori, aggiunta a quella delle deferenti lunari, faccia correre la Luna con velocità diversa da quella delle stelle fisse verso occidente2. Ed allora, dato questo, che la Luna sola sia priva di sfere restituenti, il numero 47 non si può raggiungere: ciò che imbarazzò molto Alessandro e Porfirio nei loro Commenti sul XII della Metafisica. Sosigene nota esser meglio ammettere, che sia corso un errore nella scrittura del numero, che creare questa settima e questa ottava delle sfere (necessarie a dedursi dal numero 55 per ottenere il numero aristotelico 47); perchè in nessun modo si arriva a far concordare il numero col discorso, e il numero totale non risulta mai di 47, come Aristotele dice.

13. Aggiunge poi questo Sosigene, esser chiaro dalle cose dette, che in diverso senso queste sfere furono da Aristotele chiamate ἀνελιττούσαι (revolventi), e da Teofrasto ἀνανταφερούσαι (contraferenti). Esse sono infatti l’uno e l’altro: rivolgono in contrario senso i movimenti delle sfere superiori, e riportano a ritroso i poli delle sfere inferiori ad esse, distruggendo l’effetto di quelli, e riportando questi nella positura conveniente. È necessario infatti, che i movimenti superiori non si propaghino a tutte le sfere inferiori, e che i poli delle sfere inferiori coincidano lungo il medesimo cateto coi poli delle sfere omologhe (degli altri pianeti) affinchè, com’egli dice, siano riportate costantemente alla medesima posizione le prime sfere degli astri inferiormente collocati, e con queste evidentemente anche le altre sfere susseguenti (dei medesimi astri). Così soltanto, dice, si ottiene che il movimento delle stelle fisse produca tutti gli altri. E tanto basti di ciò.

14. E tale è il sistema delle sfere revolventi (ἡ διᾲ τῶν ἀνελιττουσῶν σφαιροποιία), il quale non è sufficiente a salvare le apparenze; di che anche lo accusa Sosigene, dicendo: Non valgono le ipotesi dei seguaci d’Eudosso a salvare i fenomeni, non solo quelli scoperti dai recenti, ma anche quelli conosciuti prima, e da loro medesimi tenuti per veri. E che sarà a dire di quegli altri, di alcuni dei quali non potendo dare Eudosso la spiegazione, tentò di darla Callippo Ciziceno, se è vero che vi sia riuscito? Ma è certo che neppur di questo, com’è chiaro, alcun di loro intraprese la dichiarazione per mezzo di ipotesi prima di Autolico Pitaneo, il quale tuttavia non la potè dare3: intendo parlare del fatto, che gli astri sembrano qualche volta a noi vicini, qualche volta lontani; ciò che per alcuni di essi è evidente a prima vista. Perchè l’astro detto dì Afrodite, e quello detto di Marte, nel mezzo delle loro retrogradazioni4 appajono molte volte più luminosi, così che quello di Afrodite nelle notti senza Luna fa projettar ombra ai corpi. Ma anche della Luna è facile vedere, ch’ella non si trova sempre alla medesima distanza da noi, perchè non appare sempre della mede-


  1. Simplicio vuol dire, che, data la facoltà di privare delle loro restituenti un certo numero delle deferenti più basse, si può privarne non solo le deferenti della Luna, ma anche le due ultime sfere del Sole, senza contraddire alla lettera del testo aristotelico.
  2. Espressione alquanto inesatta, della quale però il senso preciso è evidente.
  3. Qui intercalato si trova in ambe le edizioni stampate e nel latino ancora quanto segue: δηλοῖ δέ ὴ πρὸς ᾽Αριστὸθηρον ἀυτοῦ διαφορά cioè: «è manifesta la sua differenza con Aristotele.» Ambo i testi hanno veramente Ἁριστὸθηρον., e identica lezione ha il M. S. di Simplicio, che esiste nella Biblioteca dell’Università di Torino. Questa glosa, la quale interrompe il senso e non ha qui nulla che fare, fu da noi omessa qui sopra.
  4. προηγῄσεις, progressioni in avanti, cioè in antecedentia o verso occidente, che equivale alle retrogradazioni. Veramente la massima luce di Venere non succede nel mezzo delle sue retrogradazioni.