Pagina:Leila (Fogazzaro).djvu/322

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310 CAPITOLO UNDECIMO

ha una personcina elegante, un viso simpatico, due occhi pieni di dolcezza e di fuoco.»

A questo punto Lelia vibrò tutta, dai capelli ai piedi, strinse la lettera da sformarne gli orli. Superata la tempesta interna, procedette avidamente.

«Ma io arriverò all’equità verso la signorina da Camin. Anzi un giorno le sarò persino grato di avermi respinto, perchè mi sarà ben chiaro che non avrei potuto essere felice con una donna tanto lontana, in tante cose, dalle mie idee. Oggi la mia pericolosa inclinazione sarebbe di non cercare nell’amore il consenso delle idee, di non cercarvi che l’amore stesso; oggi mi piacerebbe che la donna amata mi domandasse solamente amore, che per noi non esistesse passato, non esistesse futuro, non esistesse che un presente infinito; che non esistessero idee nè ragione ma solamente sentimento e senso, in un palpito unico. Ma so che se afferrassi questo folle sogno, la vita mi spezzerebbe presto d’un colpo e sogno e cuore, con ignominia. La Scrittura dice: guai al solo! No no, io dico fortezza e gloria al solo!

«Io non ho soltanto a curare nella solitudine le ferite riportate nel mondo. E perchè non sarebbero da tenere aperte? Sono esse che mi hanno fatto uomo. Ma poi la solitudine mi conviene per rimeditare nel silenzio quella soluzione del problema religioso per la quale ho combattuto e ch’è diventata incerta nella mia mente. Amica mia, cara mamma Fedele non potrei confessare ad altri che a Lei questa incertezza terribile e forse neppure a Lei la confesserei se non sentissi orrore insieme e bisogno di vedermela qui in faccia, scritta da me.»

Lelia corse avanti collo sguardo per vedere se ci fossero ancora parole di amore e di lei. Trovò i nomi di don Aurelio e di Benedetto, cessò di guardare avanti,