Pagina:Leonardo - Trattato della pittura, 1890.djvu/21

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prefazione xix


Da queste considerazioni sul rinascimento di cui Leonardo fu una delle figure più originali, non sarà inutile trarre qualche conseguenza. E la più evidente è questa: che gli uomini d’ingegno non bastano a salvare le nazioni quando è smarrito il principio morale direttivo delle azioni umane. Vera rerum nomina amisimus, gridava Catone nel Senato di Roma quando Catilina trovava apologisti; e lo stesso si poteva dire all’Italia del secolo xvi, quando in Cesare Borgia si sperava un salvatore. Allorchè sono alterate le nozioni del bene e del male, l’anarchia delle menti si fa strada all’anarchia dei fatti. E all’anarchia dei fatti pose fine la spada di Carlo V. — Se ne può dedurre anche questo: che una civiltà non si rinfranca se non tornando al principio che l’ha generata. Il rinascimento volle evocare almeno nelle forme la civiltà pagana dimenticando il cristianesimo, e per questo l’opera sua riuscì infeconda di grandi effetti, nè fu difesa contro la forza incivile che la oppresse. Le nazioni che abbracciarono la Riforma uscirono dalla lotta più ritemprate e più forti di noi Latini, perchè la civiltà che istaurarono era in fondo cristiana. È inutile cavillare sui fatti; la civiltà nostra, fondata sul cristianesimo, non può altro che fiorire o perire con lui.

Tornando ora al principio donde mossero le nostre parole, osserviamo che Leonardo da Vinci nel rinascimento rappresenta la divinazione dell’avvenire, e in questo senso egli è forse il più gran genio di quel secolo meraviglioso. Che se anch’egli dovè piegarsi alle miserie morali del tempo, dipingendo i ritratti delle donne amate dallo Sforza ed aiutando le imprese del Valentino, serbò nell’anima una virtù che lo inalzava al di sopra della più gran parte dei suoi contemporanei.

Se il risorgimento, almeno nella sua forma esteriore, ci si rappresenta un gioioso carnevale di principi, di politici, di poeti, di artisti,