Pagina:Leonardo prosatore.djvu/23

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t’Anna, trasformato spesso in una stereotipata smorfietta da discepoli e ammiratori, diventò quasi la marca della sua scuola, marca, ereditata dal Verrocchio, di soavità tenerezza che v’è in alcune opere del Maestro, ma che venne estesa, per quell’amore di classificazione schematica ch’è la passione del genere umano, a tutta l’arte del Vinci, dimenticando volentieri ch’Egli ha creato il mostruoso il comico e il tragico, ha ritratte le viscere scorticate sulla tavola anatomica e i petali della violetta, i profili bestiali e i viluppi di mostri e di cavalieri, le megere infuriate e le fragili testoline dei bimbi, la catastrofe del Diluvio e le morbide mani della cosidetta Gioconda.

A distanza di tanti secoli, dopo che faticosamente abbiamo riconquistato le scoperte e le invenzioni sue, Egli ci appare un dominatore, la sua solitudine in mezzo ai contemporanei calma eroica, l’obbiettività impassibile dei suoi scritti riflesso sicuro della su anima scevra di passioni e di torbide tristezze, l’euritmia che domina fin nel momento tragico del Cenacolo indice della suprema serenità, non solo dell’artista che sapeva congiungere la potenza espressiva e la grazia armoniosa, ma dell’uomo che, nell’ideale della verità e della bellezza, obliava il peso dell’esistenza.

Ripeto: probabilmente c’inganniamo. Quante volte, nel declinare rapido della sua vita troppo intensamente vissuta, Egli ha confessato a se stesso la vanità dell’esistenza; quante volte il suo pensiero s’è arrestato sospeso sull’abisso del tempo, sentendo