Pagina:Leonardo prosatore.djvu/286

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
282


panile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale suo becco, pregò esso muro, per quella grazia che Dio li aveva dato dell’essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di tanto onorevole sono, che la dovessi soccorrere; perchè, poi che la non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e essere nella grassa terra ricoperta delle sue cadenti foglie, che non la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella trovandosi nel fiero becco della fiera cornacchia, ch’ella si botò, che, scampando da essa, voleva finire la vita sua ’n un picciolo buso. — Alle quali parole, il muro, mosso a compassione, fu contento ricettarla nel loco ov’era caduta. E in fra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le radici infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami fori della sua caverna; e quegli, in brieve, levati sopra lo edifizio, e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri, e cacciare le antiche pietre de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e indarno pianse la cagione del suo danno, e, in brieve aperto, rovinò gran parte delle sua membra.


Il salice e la zucca. — Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere i sua sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e drizzarsi al cielo (per cagione della vite e di qualunche pianta li era visina, sempre elli era storpiato e diramato e guasto), e raccolti in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla imaginazione; e stando in continua cogitazione,