Pagina:Leonardo prosatore.djvu/285

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Il cedro. — Avendo il cedro desiderio di fare bello e grande frutto in nella sommità di sè, lo mise a seguizione con tutte le forze del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu cagione di fare declinare la elevata e diritta cima.


Il persico. — Il persico, avendo invidia alla gran quantità de’ frutti visti fare al noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in in modo tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto alla piana terra.


L’olmo e il fico. — Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando i sua rami essere sanza frutti, e avere ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi fichi, con rampogne gli disse: — O olmo, non hai tu vergogna a starmi dinanzi? Ma aspetta che i mia figlioli sieno in matura età, e vedrai dove ti troverai. — I quali figlioli poi maturati, capitandovi una squadra di soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto lacerato e diramato e rotto. Il quale, stando così storpiato delle sue membra, l’olmo lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il meglio a stare sanza figlioli, che per quelli venire in sì miserabile stato!


La rete. — La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor de’ pesci.


La noce e il campanile. — Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto cam-