Pagina:Leonardo prosatore.djvu/288

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e gittatasi del ramo, rendè il suo peso all’ali; e quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca, e con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze. E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto co’ pie il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso, essi grani piantò. Li quali in brieve tempo crescendo, cominciò collo accrescimento e aprimento de’ sua rami, a occupare tutti i rami del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e del cielo. E, non bastando tanto male — seguendo1 le zucche — cominciò, per disconcio peso, a tirare le cime de’ teneri rami inver la terra, con istrane torture e disagio di quelli. Allora scotendosi e indarno crollandosi, per fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione2 tal pensieri negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello soffiò forte. Allora s’aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due parti, insino alle sue radice, e caduto in due parti, indarno pianse se medesimo, e conobbe che era nato per non aver mai bene.


L’aquila. — Volendo l’aquila schernire il gufo,

  1. Crescendo in seguito le zucche.
  2. L’avvitichiarsi degli steli della zucca al salice.