Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/141

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


XXXIV. LA GINESTRA 135 Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno 160 veste il flutto indurato, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa in purissimo azzurro veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, cui di lontan fa specchio 165 il mare, e tutto di scintille in giro per lo vóto seren brillare il mondo. E poi che gli occhi a quelle luci appunto, ch’a lor sembrano un punto, e sono immense, in guisa 170 che un punto a petto a lor son terra e mare veracemente; a cui l’uomo non pur, ma questo globo ove l’uomo è nulla, sconosciuto è del tutto; e quando miro 175 quegli ancor più senz’alcun fin remoti nodi quasi di stelle ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo e non la terra sol, ma tutte in uno, del numero infinite e della mole, 180 con l’aureo sole insiem, le nostre stelle o sono ignote, o cosi paion come essi alla terra, un punto di luce nebulosa; al pensier mio che sembri allora, o prole 185 dell’uomo? E rimembrando il tuo stato quaggiù, di cui fa segno il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte, che te signora e fine credi tu data al Tutto, e quante volte 190 favoleggiar ti piacque, in questo oscuro granel di sabbia, il qual di terra ha nome, per tua cagion, dell'universe cose scender gli autori, e conversar sovent