Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/170

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APPENDICE e di frutta di mare empier la pelle. Ma di tutte maggior, piena d’affanno, alla vendetta delle cose belle sorge la voce di color che sanno, e che insegnano altrui dentro ai confini che il Liri e un doppio mar battendo vanno. Palpa la coscia, ed i pagati crini scompiglia in su la fronte, e con quel fiato soave, onde attoscar suole i vicini, incontro al dolor mio dal labbro armato vibra d’alte sentenze acuti strali il valoroso Elpidio; il qual beato dell’amor d’una dea che batter l’ali vide già dieci lustri, i suoi contenti a gran ragione ornai crede immortali. Uso già contra il ciel torcere i denti finché piacque alla Francia; indi veduto altra moda regnar, mutati i venti, alla pietà si volse, e conosciuto il ver senz’altre scorte, arse di zelo, e d’empio a me dà nome e di perduto. E le giovani donne e l’evangelo canta, e le vecchie abbraccia, e la mercede di sua molta virtù spera nel cielo. Pende dal labbro suo con quella fede che il bimbo ha nel dottor, levando il muso che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede, Galerio, il buon garzon, che ognor deluso cercò quel ch’ha di meglio il mondo rio; che da Venere il fato avealo escluso. Per sempre escluso: ed ei contento e pio, loda i raggi del di, loda la sorte del gener nostro, e benedice Iddio. E canta, ed or le sale ed or la corte empiendo d’armonia, suole in tal forma dilettando se stesso, altrui dar morte.