Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/18

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CANTI
Perché venimmo a si perversi tempi?
perché il nascer ne desti o perché prima
non ne desti il morire,
acerbo fato? onde a stranieri ed empi
nostra patria vedendo ancella e schiava,
e da mordace lima
roder la sua virtù, di null’aita
e di nullo conforto
lo spietato dolor che la stracciava
ammollir ne fu dato in parte alcuna.
Ahi non il sangue nostro e non la vita
avesti, o cara; e morto
io non son per la tua cruda fortuna.
Qui l’ira al cor, qui la pietade abbonda:
pugnò, cadde gran parte anche di noi:
ma per la moribonda
Italia no; per li tiranni suoi.
Padre, se non ti sdegni,
mutato sei da quel che fosti in terra.
Morian per le rutene
squallide piagge, ahi d’altra morte degni,
gl’itali prodi; e lor fea l’aere e il cielo
e gli uomini e le belve immensa guerra.
Cadeano a squadre a squadre
semivestiti, maceri e cruenti,
ed era letto agli egri corpi il gelo.
Allor, quando traean l’ultime pene,
membrando questa desiata madre,
diceano : oh non le nubi e non i venti,
ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
o patria nostra. Ecco da te rimoti,
quando più bella a noi l’età sorride,
a tutto il mondo ignoti,
moriam per quella gente che t’uccide.

II. SOPRA