Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/278

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272 NOTA appunto nel tempo ch’ebbi la fortuna di conoscervi, non è stata mai terminata, né credo che lo sarà. Altre poesie inedite, desti¬ nate ad uscire in luce, non mi trovo avere». Ora, Luigi de Sinner, presentato al Leopardi dal Vieusseux il 23 ottobre 1830, lo fre¬ quentò di persona fino all’11 novembre successivo (*): la poesia, bellissima a giudizio di Alessandro Poerio, che il Leopardi non potè inserire nell’edizione Piatti, fu dunque iniziata nell’autunno del 1830. D’altra parte, nessun frammento, fra quelli conservati nelle «carte napoletane», è da riportare a quell’epoca: sicché è probabile che il Leopardi abbia poi terminata la poesia, a cui s’era messo quand’erano ancora vive in lui le impressioni reca¬ natesi, e che questa poesia sia 11 passero solitario; del quale altrimenti si dovrebbe dire soltanto che, ideato dopo l’aprile del 1828, quando nel canto A Silvia le strofe libere comparvero per la prima volta nella metrica leopardiana, fu compiuto certamente dopo il marzo del 1831, che venne in luce l’edizione Piatti. C’è poi, a proposito della data del Tramonto della luna, un equivoco che è bene chiarire, una volta per sempre. Nella « Sta¬ rita corretta » il manoscritto del Tramonto della luna è autografo, tranne che negli ultimi sei versi, i quali sono invece trascritti di mano del Ranieri sulla pagina di guardia del successivo mano¬ scritto della Ginestra, per rendere impossibile ogni dubbio sul¬ l’ordine da seguire nella stampa: al Leopardi evidentemente non importava nulla che, per chiarezza, la calligrafia del Ranieri si sostituisse alla propria in quei sei versi, con i quali cominciava un foglio nuovo. Il Moroncini ha spiegato assai bene la cosa(2), ma ha continuato a collegare arbitrariamente questa circostanza alla notizia che gli stessi sei versi ultimi del Tramonto della luna erano stati « scritti » dal Leopardi, due ore prima di morire, a richiesta dello storico tedesco Enrico Guglielmo Schulz, recatosi a visitarlo (3). Che si tratti dei medesimi versi, è una coincidenza casuale; piuttosto, è bene ripetere, dopo il Croce (4), che il Leo¬ pardi, in quel 14 giugno 1837, non li compose, ma bensì li tracciò e li diede allo Schulz per suo ricordo. Perciò ha un significato (1) Pikrgili, p. 52, in nota. (2) Moroncini, p. lv. (3) Moroncini. p. liv, n. 1. Il Moroncini critica la testimonianza dello Schulz, ma il suo vero proposito è di dimostrare l’unità compositiva del Tramonto della luna. (4) Croce, 7'estimonianze sul Leopardi, nella «Critica», XXX (1932), p. 69.